Studi clinici: cosa ne pensano le donne con tumore ovarico

Per le donne colpite dal cancro dell’ovaio aderire alle sperimentazioni cliniche rappresenta l’unica possibilità di partecipare al miglioramento dei trattamenti. Sebbene più della metà delle pazienti sia favorevole al proprio coinvolgimento in queste ricerche, di fatto solo a poco più di una donna su dieci viene proposto di parteciparvi. Lo rivela la Ricerca inActo, uno studio promosso dall’associazione pazienti Alleanza contro il tumore ovarico. Analizziamo alcuni dei dati emersi con Nicoletta Cerana, presidente di Acto onlus

Quello dell’ovaio è il più letale tra i tumori ginecologici, complice la frequente diagnosi tardiva legata all’assenza di strategie di screening attendibili e di sintomi rilevanti chiaramente attribuibili alla neoplasia. Inoltre, solo di recente, si stanno affacciando farmaci in grado di migliorare la sopravvivenza. Proprio per questi motivi, oggi, per le oltre 5000 donne colpite ogni anno da questo tumore, la possibilità di aderire a sperimentazioni cliniche può fare la differenza, dando una chance di partecipare in prima persona al miglioramento delle terapie. Ma cosa sanno le donne degli studi clinici randomizzati? Quante di loro partecipano a questi studi e perché? A queste e altre domande ha cercato di rispondere la prima Ricerca inActo, uno studio multicentrico, osservazionale, prospettico promosso dall’associazione pazienti Alleanza contro il tumore ovarico (Acto). La ricerca, condotta dall’Istituto Mario Negri IRCCS di Milano, ha coinvolto in 12 Regioni 25 tra i migliori ospedali italiani specializzati nella cura del tumore ovarico e aderenti alle reti di ricerca clinica M.I.T.O e MaNGO.

Cosa ne pensano e cosa ne sanno le donne degli studi clinici

Dall’indagine, che ha coinvolto 359 donne, è emerso innanzitutto che circa sei pazienti su dieci sanno cosa è uno studio clinico, ma solo il 34,9% sa come si svolge. La grande maggioranza delle partecipanti, ben il 91%, pensa che partecipare sia positivo per le persone e la società, ma il 54% non ne conosce i rischi e i benefici. Il 56,8% delle donne è favorevole a partecipare a studi clinici, ma poi il 91,5% delega totalmente al medico la decisione. Ma il dato che in qualche modo ha sorpreso di più è che all’88 % delle pazienti non è stato mai proposto di partecipare ad uno studio clinico.

“Dalla ricerca emergono più ombre che luci – osserva Nicoletta Cerana, presidente di Acto onlus -. Se da un lato le pazienti hanno una sostanziale fiducia nella ricerca clinica e nel ruolo del medico, dall’altro lato la conoscenza degli studi clinici è limitata: non si sa come si svolgono, non se ne conoscono bene i rischi e i benefici e la partecipazione è scarsissima. Scoprire che all’88% delle donne in cura in centri specializzati per l’ovaio non è mai stato proposto di partecipare a uno studio clinico ci ha molto stupito. Tuttavia forse quanto rilevato non è così strano se lo si confronta con i risultati della ricerca Every Woman, condotta nel 2018 dalla World Ovarian Cancer Coalition. Questa indagine ha scattato una fotografia della malattia nei suoi numerosi aspetti in tutto il mondo (1500 pazienti di cui 90 italiane). Sono state affrontate tutte le problematiche associate al tumore dell’ovaio, dalla diagnosi all’ereditarietà fino alle terapie. Inoltre una sezione della ricerca ha analizzato la tematica degli sudi clinici, dalla quale è emerso che pochissime erano le donne a cui era stato proposto di parteciparvi. Quindi il nostro dato non si discosta molto da quanto emerso a livello mondiale”.

Il medico decide per la paziente

“Un’altra contraddizione emersa dalla Ricerca InActo riguarda il fatto che a fronte di una grande fiducia nella ricerca clinica, molte donne non sanno come realmente si svolge uno studio clinico. Quando per esempio non conosci la parola ‘randomizzazione’, non sai che in uno studio clinico puoi avere il farmaco, ma puoi anche avere solo il placebo (farmaco inattivo) – spiega Nicoletta Cerana -. Non solo, sin dall’inizio abbiamo notato che alla fine chi decide è il medico: il 99 per cento delle donne accede a uno studio clinico solo se lo ha proposto il medico e se il medico le ha spinte a partecipare. Non è quasi mai una decisione personale o, quanto meno, consapevole. Una strategia della condivisione non esiste ancora a livello di studi clinici”.

Importante il ruolo delle associazioni

Un dato importante emerso dall’indagine è l’unanime (71%) riconoscimento dell’importanza delle associazioni pazienti nell’informare e facilitare l’adesione alle sperimentazioni.

“Le associazioni pazienti possono avere un ruolo importante e noi abbiamo fatto questa ricerca, un po’ sulla scorta dello studio internazionale Every Woman, per fotografare la situazione italiana, ma anche per capire i campi in cui possiamo intervenire come associazione. La ricerca è nata per volontà del nostro comitato scientifico come primo passo di un programma più ampio che dovrebbe portarci ad analizzare meglio le modalità di comunicazione tra il medico e la paziente e magari stabilire, promuovere, creare, suggerire delle modalità d’interazione diverse più orientate a rendere la donna maggiormente consapevole di ciò che le sta capitando – continua Cerana -. Con l’arrivo della medicina personalizzata, cambieranno anche i processi all’interno degli studi clinici perché allo studio randomizzato si affiancherà sempre più lo studio mirato. I farmaci verranno testati su tutte le pazienti con lo scopo di vedere se funzionino meglio in quelle che abbiano una determinata mutazione, piuttosto che in altre pazienti con differenti caratteristiche. Sempre più spesso si prenderanno in considerazione persone con patologie oncologiche diverse, ma con similarità nelle alterazioni genetiche”.

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