Mutazioni BRCA e tumore alla prostata: screening personalizzato

tumore alla prostata screening personalizzato

Un progetto di Fondazione Humanitas per la Ricerca per diagnosticare prima questa neoplasia nei soggetti a rischio genetico

La presenza di mutazioni germinali nei geni di riparazione del DNA, in particolare nei geni BRCA1 e BRCA2, espone gli uomini a un rischio maggiore di sviluppare alcuni tumori, tra cui quello della prostata. Quest’ultimo rappresenta il 26% di tutte le diagnosi di tumore nell’uomo e, nei Paesi occidentali, è il tumore solido più frequente nella popolazione maschile, con un trend in crescita. Intercettare gli uomini che presentano varianti patogenetiche nei geni BRCA e sottoporli a uno screening personalizzato potrebbe contribuire a diagnosticare precocemente un eventuale cancro della prostata, con ricadute importanti sulle terapie e la sopravvivenza. Da questa consapevolezza è nato il progetto “Mutazioni dei geni di riparazione DNA e tumore prostatico: screening specifico e terapie personalizzate”, sviluppato dal Dipartimento di urologia dell’Istituto clinico Humanitas, nell’ambito dell’iniziativa “Blue One”, promossa da Fondazione Humanitas per la Ricerca e reso possibile grazie a un finanziamento di Fondazione AIRC e Roche. Ma l’Istituto Humanitas mira in futuro a dare vita anche a un progetto multicentrico, che vedrà il coinvolgimento di altre strutture cliniche europee. Ne parliamo con Massimo Lazzeri, urologo dell’Istituto Clinico Humanitas e coordinatore del progetto.

Tumore della prostata e rischio genetico

Negli uomini con mutazioni nei geni BRCA, in particolare nel gene BRCA2, la possibilità nel corso della vita di sviluppare il tumore della prostata può raggiungere il 27%. Mentre oggi una donna portatrice di mutazioni BRCA ha accesso con più facilità a una rete di sorveglianza per la prevenzione del rischio oncologico per seno e ovaio, questo non è ancora così agevole e codificato nel sesso maschile. Tuttavia è bene che anche l’uomo sia consapevole del possibile rischio, considerato che si stanno aprendo nuovi scenari sia sul fronte della sorveglianza sia su quello delle terapie. E il progetto dell’Istituto Humanitas ne è un chiaro esempio.

Il progetto di screening personalizzato

«Il nostro progetto è partito circa un anno fa con l’intento di intercettare i maschi giovani, intorno ai 40-50 anni, sani, tuttavia portatori di una mutazione genetica germinale nei geni BRCA che li espone a un rischio più elevato di sviluppare nell’arco della vita un tumore alla prostata – spiega Lazzeri -. Ad oggi abbiamo coinvolto circa un centinaio di individui con queste caratteristiche a cui offriamo uno screening personalizzato sul rischio genetico e la natura della malattia».

Gli obiettivi

L’obiettivo del progetto è duplice. Da una parte si vuole offrire all’uomo un “programma” di prevenzione secondaria, che punta cioè a una diagnosi precoce in mancanza di strumenti e fattori di rischio specifici (come il fumo nel caso del tumore al polmone), che consentano di attivare una prevenzione primaria, rimuovendo cioè la potenziale causa all’origine della malattia. Dall’altra l’iniziativa mira a sensibilizzare l’uomo sull’esistenza di un rischio genetico di cui oggi non ha percezione, come sottolinea Lazzeri. «Questo è un progetto traslazionale tra generi: partendo dalla conoscenza che abbiamo del rischio genetico e della malattia della donna, specie se già esposta a un tumore del seno e/o dell’ovaio o portatrice di una mutazione genetica che può a sua volta trasmettere a figli e figlie, possiamo trasferire maggiore consapevolezza agli uomini. Proprio la donna nel nostro progetto diviene soggetto attivo, trasferendo al figlio questa informazione, che diventa “dono”. Ovvero consapevolezza e opportunità per il maschio di cautelarsi dal rischio di malattia, aderendo a un programma di screening precoce».

Dalla visita urologica alla terapia mirata

Agli uomini con mutazioni BRCA coinvolti nel progetto di Humantias viene data la possibilità di seguire un percorso che inizia con la visita urologica, eseguita da un esperto facente parte di un pool di professionisti formati su queste tematiche. «I partecipanti vengono inoltre avviati a una serie di test preliminari, quali un esame del sangue per la ricerca di specifici biomarcatori, il PSA (Antigene Prostatico Specifico) e il PHI (Prostate Health Index), un ulteriore indicatore diagnostico – segnala Lazzeri -. Se occorre, il paziente viene sottoposto a accertamenti più approfonditi: una risonanza nucleare magnetica e se necessario a una biopsia mirata sulle lesioni sospette. In caso di “positività” confermata per rischio di malattia, la persona verrà inserita in un programma di medicina personalizzata a scopo preventivo e terapeutico».

Le prime osservazioni

Come è facile intuire, a un anno dall’avvio dello studio, non sono ancora disponibili risultati clinici, che si potranno vedere solo a lungo termine, considerato il tipo di patologia oncologica. Tuttavia una primissima riflessione è emersa e riguarda la stratificazione del rischio. «Ricerche precedenti, in particolare lo studio internazionale IMPACT, avevano utilizzato solo il PSA (un parametro non così specifico) per stratificare i pazienti: quando questo parametro era superiore a un determinato valore, il paziente veniva sottoposto alla biopsia. Noi, introducendo altri marcatori e la risonanza magnetica multiparametrica della prostata, abbiamo potuto evitare l’eccessivo ricorso alla biopsia. Se ci fossimo basati solo sul PSA, in questo anno avremmo fatto ben sette biopsie sui circa 100 uomini sottoposti a screening. Avendo invece affiancato al PSA altri marcatori e la risonanza, ne abbiamo fatta solo una» fa notare l’esperto.

Le implicazioni

La riduzione dell’eccesso di diagnosi emersa in questa prima fase del progetto su piccoli numeri, che andrà confermata su una casistica più ampia, rappresenta un primo preliminare successo. «Il messaggio che esce da questa osservazione è che uno screening non solo personalizzato sulla mutazione, ma anche sulla stratificazione del rischio, può portare a una riduzione di indagini diagnostiche importanti, come la biopsia. facendo risparmiare costi personali e costi sociali».

In futuro un progetto europeo

«Una volta verificati i risultati ottenuti a livello nazionale, si vorrebbe esportarli a livello internazionale. Un progetto di più ampio respiro implicherà il coinvolgimento non solo delle strutture cliniche, ma anche delle associazioni di pazienti, come la stessa Fondazione Mutagens, che tanto possono fare per la diffusione dell’informazione e della consapevolezza» conclude Lazzeri.

Antonella Sparvoli

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