Tumori eredo-familiari: quale ruolo per stile di vita e dieta

È ormai assodato che abitudini salutari e un’alimentazione corretta sono preziosi alleati nella prevenzione del cancro. Nelle sindromi eredo-familiari gran parte della ricerca sulla prevenzione è focalizzata sul versante genetico, ma si sta cercando di capire anche il ruolo dei cibi che portiamo in tavola. Ne parliamo con Patrizia Pasanisi, dirigente medico dell’Istituto dei tumori di Milano

La prevenzione dei tumori passa anche dallo stile di vita e dall’alimentazione. Esami di controllo e screening sono fondamentali, ma anche i nostri comportamenti quotidiani hanno grande importanza. Questo è senz’altro vero per i tumori in generale, ma verosimilmente è valido anche per le sindromi eredo-familiari che predispongono allo sviluppo di neoplasie. In questi casi il peso maggiore è quello della genetica, ma ciò non toglie che una dieta corretta e buone abitudini possano dare il loro contributo. La ricerca in questo ambito è ancora agli albori, ma grazie a studi avviati di recente, nei prossimi anni potremmo ottenere risposte più concrete, come ci racconta in questa intervista Patrizia Pasanisi, dirigente medico presso il Dipartimento di medicina predittiva e per la prevenzione dell’Istituto dei tumori di Milano.

Qual è il rapporto tra alimentazione e tumori? Quali sono i capisaldi?

La ricerca scientifica degli ultimi 40 anni ha puntato molto sull’individuazione dell’alimento piuttosto che del micro o macronutriente che fosse in qualche modo associato al rischio di tumore. Oggi sappiamo che non è tanto importante l’assunzione di singoli alimenti, ma che è meglio ragionare in termini di pattern, di modelli di dieta. Per cui, per esempio, si è osservato che per i tumori dell’intestino, così come per quelli della mammella, il western pattern, ovvero un modello alimentare “all’americana”, molto ricco di prodotti industrialmente raffinati, carni rosse, carni in relazione al carcinoma del colon-retto, negli ultimi anni si è osservata un’anticipazione diagnostica anche quando non è presente una familiarità o una predisposizione genetica vera. Si è infatti notato che sempre più spesso questo tipo di tumore ha un esordio più precoce, prima dei 50 anni. Si è ipotizzato che questo trend possa essere associato a un cambiamento delle abitudini alimentari dei giovani, più orientate verso il western pattern, e studi recenti hanno dimostrato che lo sviluppo di lesioni precancerose è in effetti associato allo stile alimentare “all’americana”. Da qui l’esigenza di riportare la nostra alimentazione verso la più salutare dieta mediterranea.

Per la prevenzione dei tumori in generale nelle persone sane oggi ci si fa guidare dalle indicazioni del World Cancer Research Fund, risultato di una revisione sistematica della letteratura scientifica su dieta, attività fisica e cancro. Questa “bibbia” della prevenzione, aggiornata di continuo, e l’ultima volta nel 2018, raccomanda molte pratiche inerenti ad alimentazione e stile di vita.

Le principali sono mantenersi snelli per tutta la vita; essere fisicamente attivi tutti i giorni; basare la propria alimentazione su una dieta ricca di cereali integrali, verdure non amidacee (tutte le verdure tranne le patate), frutta e legumi, quindi avere un’alimentazione prevalentemente vegetale un po’ come la dieta mediterranea tradizionale; limitare il consumo di fast food, ovvero cibi ad alta densità calorica, quindi ricchi di zuccheri, grassi e amidi; limitare il consumo di carni rosse; cercare di assumere in minima quantità le carni rosse conservate (comprendenti ogni forma di carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel); limitare gli alcolici e le bevande zuccherate.

Questi sono i capisaldi della prevenzione di tutti i tumori. Per alcuni tumori, come quelli dell’intestino in cui l’alimentazione gioca un ruolo particolarmente importante, le raccomandazioni sono più chiare. Per questi tumori sappiamo, per esempio, che le carni rosse conservate sono un evidente fattore di rischio mentre, al contrario, il consumo di alimenti ricchi in fibra come verdura, frutta ma anche cereali integrali e legumi, ha un ruolo protettivo. Quindi si raccomanda un’alimentazione prevalentemente vegetale, indicazione valida anche se si ha a che fare con soggetti che hanno già avuto un episodio di malattia.

Che cosa si sa oggi sul legame tra alimentazione e sindromi eredo-familiari associate alla predisposizione al cancro?

Se parliamo, ancora una volta, di tumori dell’intestino con base genetica, le raccomandazioni sono le stesse che per i tumori non ereditari, non esistono indicazioni speciali.

Nel 2020 sono uscite le linee guida inglesi per le sindromi ereditarie che aumentano il rischio di cancro al colon-retto e le raccomandazioni di “stile vita” sono controllare il peso, non fumare, fare esercizio e moderare il consumo di carni rosse conservate. Tuttavia il grado di evidenza di tali raccomandazioni nelle neoplasie ereditare è comunque basso perché ci sono pochissimi studi. Finora nei portatori di variati patogenetiche associate a un maggior rischio di tumore del colon-retto, così come di altri tumori, l’attenzione è stata puntata soprattutto sul fronte genetico, proponendo per esempio strategie di riduzione del rischio di tipo chirurgico o farmacologico, piuttosto che sullo stile di vita. Ma qualcosa si sta muovendo, stanno infatti partendo studi per valutare il ruolo di alimentazione e stile di vita anche nei tumori ereditari.

Noi abbiamo concluso il primo trial di dieta sulle donne ad alto rischio genetico di tumore della mammella e dell’ovaio con mutazioni BRCA. Il nostro è attualmente il più grande trial di modifica dell’alimentazione con dati pubblicati. L’intento era di modificare l’alimentazione di queste donne per ridurre alcuni fattori modulatori della penetranza (ovvero del rischio di sviluppare il tumore in presenza di varianti patogenetiche). Abbiamo reclutato più di 500 donne in Italia e con un intervento di tipo Mediterraneo con una moderata restrizione delle calorie da proteine abbiamo modificato IGF-1e diversi fattori metabolici (peso corporeo, insulina, glicemia, colesterolo). Obiettivo finale di questa sperimentazione prospettica è capire meglio quali fattori dello stile di vita possano essere importanti per la storia naturale della malattia in donne che hanno una predisposizione ereditaria, e fornire, un domani, raccomandazioni specifiche inerenti lo stile di vita. Raccomandazioni complementari alle altre misure di prevenzione disponibili.

Non sempre però è possibile implementare facilmente un regime alimentare basato prevalentemente su alimenti vegetali. Penso ad esempio alle persone con poliposi adenomatosa familiari (FAP) che si sottopongono a interventi di chirurgia profilattica, con la parziale o completa rimozione del colon. Dire a questi individui, che sperimentano come effetto collaterale più comune la diarrea, di cominciare da soli a mangiare cibi integrali e tanta verdura non è infatti fattibile. L’ideale è sempre partire dalla valutazione del singolo caso e lavorare con nutrizionisti e medici specialisti.

Che consigli alimentari si possono dare a un paziente con poliposi familiare chi si sottopone alla chirurgia profilattica del colon?

Le persone che si sottopongono a questo tipo di intervento, a causa dei disturbi intestinali che possono sopraggiungere, in particolare la comparsa di numerose scariche diarroiche, tendono a eliminare dalla dieta cibi potenzialmente protettivi, in particolare gli alimenti vegetali. Spesso sono costretti ad un’alimentazione monotona basata soprattutto su prodotti animali che va nella direzione di una dieta che aumenta l’infiammazione e potrebbe aumentare il rischio di nuova malattia. Di recente abbiamo concluso un piccolo studio sperimentale su una trentina di persone con FAP che avevano fatto una chirurgia profilattica del colon. Il nostro obiettivo era duplice: da una parte ridurre alcuni parametri infiammatori legati all’infiammazione locale gastrointestinale, dall’altra migliorare la qualità di vita dei pazienti sia in termini di riduzione delle scariche diarroiche (che sono la complicanza più tipica della chirurgia profilattica) sia per quanto concerne le abitudini alimentari. In pratica abbiamo rimodulato la dieta di questi pazienti, introducendo alimenti vegetali, gradualmente e lavorando sulla loro struttura ad esempio passandoli con un passaverdure per ridurre il quantitativo di fibre, e riso integrale sempre ridotto in crema. Pian piano li abbiamo rieducati a mangiare questi cibi più salutari con il risultato che nell’arco di circa tre mesi è migliorata la qualità della loro dieta (avvicinandoli di nuovo a un regime alimentare più mediterraneo), è diminuito il numero delle scariche diarroiche e sono scesi i livelli dei parametri infiammatori. Fondamentalmente abbiamo modificato sia l’infiammazione, che è un fattore di rischio per la comparsa di nuovi adenomi, sia migliorato alcuni aspetti della qualità di vita. Per cui una rieducazione alimentare è possibile anche quando esistono delle condizioni di alto rischio genetico che portano a fare trattamenti invasivi.

Penso che nelle sindromi ereditarie che necessitano di un trattamento aggressivo dopo un primo episodio o una profilassi chirurgica, una complementarietà data da indicazioni nutrizionali dovrebbe diventare un elemento importante di prevenzione.

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