Tumori ereditari: stime molto superiori al passato impongono di accelerare lo screening e la presa in carico delle persone ad alto rischio genetico

Storicamente in letteratura si stimava l’incidenza dei tumori ereditari in una percentuale limitata al 5%-10% del totale dei casi, variabile anche in rapporto ai diversi organi colpiti (seno, ovaio, colon, endometrio, stomaco, pancreas, prostata, reni, polmoni). L’accesso ai test genetici per lo screening dei portatori di sindromi ereditarie è stato finora basato sulla storia familiare (es. almeno tre casi dello stesso tipo di tumore o di tumori tra loro correlati tra parenti in linea retta), l’età di insorgenza (es. sotto i 40 anni) e alcuni specifici isto-tipi tumorali (es. tumore al seno triplo negativo, carcinoma alla prostata metastatico, adenocarcinoma gastrico diffuso). Studi recenti hanno corretto notevolmente al rialzo tale incidenza, portandola al 13,3% e anche al 17,5% del totale dei casi; ciò grazie a sperimentazioni parziali del test genetico universale (effettuazione di test genetici su tutti i pazienti affetti in coorti rappresentative della popolazione generale) e all’utilizzo crescente dei test somatici sul DNA tumorale, tramite pannelli NGS (Next-Generation Sequencing), prioritariamente per fini terapeutici (medicina di precisione e immunoterapia). 

Se applicassimo tali valori percentuali ai numeri reali del cancro del nostro Paese i tumori ereditari potrebbero essere compresi tra i 50mila e 65mila all’anno, rispetto ai 377mila casi totali all’anno. Purtroppo, solo una quota minoritaria di essi viene al momento intercettata, con notevoli riflessi negativi sul piano sanitario e sociale: i soggetti malati non possono accedere a terapie farmacologiche mirate a maggiore efficacia; i familiari sani, non essendo identificati (si stimano almeno altre 4-5 persone portatrici per ogni paziente malato), rimangono esclusi dai protocolli di prevenzione primaria (chirurgia profilattica di riduzione del rischio) e secondaria (diagnosi precoce). Tale quadro sarebbe ancora più severo se si tenesse conto di quanto segue:

  • i tumori ereditari insorgono mediamente in una età inferiore rispetto ai tumori sporadici, cioè non correlati ad alterazioni genetiche (40-50 anni contro i 50-70 anni);
  • essi hanno spesso una aggressività superiore e quindi comportano una prognosi peggiore;
  • talvolta consentono una risposta inferiore alle terapie standard o addirittura non consentono l’accesso ad alcune di esse, per la mancanza di bersagli terapeutici (es. tumore al seno triplo negativo);
  • se si escludono le due sindromi ereditarie più note e diffuse (HBOC-BRCA e LYNCH) nella maggior parte delle sindromi ereditarie rare – circa una cinquantina quelle note ad oggi – il livello di conoscenze è estremamente limitato e la stessa capacità di diagnosi (test genetici) è estremamente difficile e limitata a poche strutture ospedaliere.

Forse anche a causa di questa percezione parzialmente errata di “rarità” finora i tumori e le sindromi ereditarie – per le quali si stima in Italia una popolazione di circa 500mila persone – non hanno ricevuto l’attenzione che avrebbero meritato. L’avvento e lo sviluppo della genomica, della oncogenetica mutazionale e della medicina di precisione stanno fortunatamente mettendo un “faro” su questo sottogruppo di neoplasie e su questa popolazione con predisposizioni genetiche ai tumori. 

Una presa in carico mirata su questi soggetti consentirebbe di salvare parecchie vite umane, prolungare la sopravvivenza e migliorare la qualità della vita delle persone affette, oltre che realizzare un sistematico piano di prevenzione primaria e secondaria; con benefici notevoli non solo per la salute dei cittadini ma anche per i costi a carico del sistema sanitario nazionale. 

In questo contesto nasce e si sviluppa la Fondazione Mutagens, promossa e governata esclusivamente da soggetti portatori di sindromi ereditarie. La sua missione e i suoi obiettivi sono chiari:

  • accrescere, attraverso la informazione, la comunicazione e la formazione, la consapevolezza nella popolazione e nei medici (specialisti e di medicina generale) della esistenza e delle implicazioni di tale condizione di alto rischio genetico;
  • intercettare il numero più ampio possibile di tali soggetti, attraverso un accesso più facilitato ai testi genetici (sul sangue periferico) e lo sviluppo sempre più esteso dei test somatici (sul DNA tumorale), che hanno la duplice funzione di identificare terapie mirate e di “scovare nei tumori” varianti patogenetiche ereditariamente trasmesse;
  • avviare i soggetti malati verso percorsi personalizzati di presa in carico (PDTA Alto Rischio Eredo-Familiare per specifica sindrome), per consentire l’accesso a terapie più innovative ed efficaci e alla chirurgica profilattica (prevenire recidive o nuovi tumori sullo stesso organo e nuovi tumori in altri organi correlati alla sindrome identificata);
  • avviare i familiari sani a rischio di malattia verso percorsi personalizzati di sorveglianza intensificata (esami e visite ravvicinate nel tempo) e di prevenzione (chirurgica e farmacologica);
  • contribuire a creare un “Ecosistema sindromi ereditarie”, mettendo insieme e favorendo la collaborazione di tutti gli attori rilevanti del sistema salute, al fine di unire le forze, scambiarsi dati ed esperienze, condividere e far evolvere i protocolli diagnosti, terapeutici, preventivi, sviluppare la ricerca di base, traslazionale e clinica;
  • fare delle sindromi ereditarie una sorta di “avanguardia clinica e di ricerca” nella oncogenetica e nella medicina di precisione – grazie alla correlazione diretta esistente tra tumori e alterazioni monogeniche – i cui esiti si potranno trasferire nel tempo anche ai tumori sporadici, in cui le variabili da cui dipende la malattia (ambientali e biologiche) sono molto più numerose e complesse e richiederanno diversi anni per essere ulteriormente esplorate e tradotte in nuove soluzioni terapeutiche.

La Fondazione Mutagens si sta muovendo con entusiasmo e determinazione su queste direttrici. E lo sta facendo certamente per l’impegno dei suoi promotori e partecipanti e della comunità delle persone e famiglie portatrici di sindromi ereditarie, ma anche grazie al suo eccellente sistema di alleanze: le istituzioni sanitarie nazionali e regionali, le reti di ricerca e attività clinica nazionali e internazionali, le reti di organizzazioni di pazienti nazionali e internazionali, le strutture ospedaliere di rilievo nazionale, regionale e territoriale, le società scientifiche, le aziende farmaceutiche, le aziende delle scienze della vita (test genetici e genomici, tecnologie digitali e bioinformatiche, dispositivi medici), i media. Perché è vero che i portatori di sindromi ereditarie – per le loro esperienze personali e familiari pregresse, spesso assai dolorose – sono persone altamente consapevoli e “forti da sole”, ma è anche vero che “insieme” a tutti gli attori dell’Ecosistema Mutagens esse potranno diventare in futuro “ancora più forti”.

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