Tumore ovarico avanzato HRD+: la vita si allunga grazie alle nuove terapie

Due pazienti su tre con un deficit della ricombinazione omologa trattate con olaparib, in combinazione con bevacizumab, sono ancora vive a cinque anni dalla scoperta della malattia

Circa la metà delle pazienti con tumore ovarico avanzato di nuova diagnosi presenta un deficit della ricombinazione omologa (HRD+) che può essere legato ad alterazioni nei geni BRCA, ma non solo. Oggi per queste donne, per la prima volta nell’ambito del trattamento di prima linea, è stato osservato non solo un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione, ma anche della sopravvivenza globale. Lo dimostrano i nuovi risultati dello studio di fase III PAOLA-1/ENGOT-ov25, presentati di recente al congresso dell’European Society for Medical Oncology (ESMO). Il merito di questo importante avanzamento è da attribuire al trattamento mirato con il PARP inibitore olabarib in aggiunta alla terapia standard con il farmaco antiangiogenico bevacizumab.

Il prolungamento della sopravvivenza

Storicamente il tasso di sopravvivenza a cinque anni delle pazienti con nuova diagnosi di carcinoma ovarico avanzato è del 10-40%. Gli ultimi dati presentati all’ESMO, con un follow-up superiore ai cinque anni, aprono però nuove promettenti prospettive, in particolare per le pazienti HRD+. In queste donne la terapia di mantenimento con olaparib, in combinazione con bevacizumab, dopo il trattamento standard di prima linea, ha migliorato in modo significativo la sopravvivenza globale. In particolare a 5 anni, oltre il 65% di tali pazienti è risultato vivo, il 17% in più rispetto a quelle del gruppo di controllo (trattato solo con bevacizumab e un placebo). Dallo studio è inoltre emerso che la sopravvivenza globale è risultata di oltre 6 anni, un anno e mezzo più lunga rispetto ai controlli, con una riduzione del 38% del rischio di morte. Risultati che appaiono ancora più sorprendenti se si considera che nello studio erano state arruolate anche pazienti con una prognosi più sfavorevole per la presenza di un carcinoma metastatico in stadio IV o nelle quali l’intervento di resezione aveva lasciato dei residui di tumore.

Il test HRD

«Questi dati confermano il ruolo di olaparib aggiunto a bevacizumab come standard di cura per le pazienti HRD+ in questo setting e l’importanza della medicina di precisione e dei test dei biomarcatori per guidare le decisioni terapeutiche» ha osservato Isabelle L. Ray-Coquard, del Centre Léon Berard Université Claude Bernard di Lione, in Francia, durante la presentazione dei nuovi dati. E proprio quello del test HRD è un tema caldo. Mentre il test BRCA è ampiamente diffuso in Italia, in particolare quello sul sangue con lo scopo di evidenziare mutazioni germinali, non si può dire altrettanto per il test HRD, per il quale oltretutto non è ancora prevista la rimborsabilità. Tutte le pazienti con tumore ovarico dovrebbero però avere la possibilità di eseguire questo test fin dalla prima diagnosi per poter stabilire quale sia il trattamento migliore nel singolo caso.


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