Screening per il tumore alla prostata: quale ruolo per la risonanza magnetica?

Secondo un recente studio svedese combinare PSA e RM per poi eseguire biopsie mirate e standard sarebbe vantaggioso in termini di costo-efficacia. L’approccio combinato potrebbe essere particolarmente indicato nei soggetti con un alto rischio genetico di sviluppare il cancro prostatico

Un recente studio svedese, pubblicato sulla rivista JAMA Oncology, riporta l’attenzione sull’uso della risonanza magnetica come metodologia di screening per il cancro della prostata. Nello specifico i ricercatori hanno condotto una valutazione economica da una prospettiva di assistenza sanitaria a vita, utilizzando un modello di microsimulazione. La ricerca suggerisce che l’utilizzo del test del PSA (antigene prostatico specifico) seguito dalla risonanza magnetica con successive biopsie mirate e standard possa essere più conveniente rispetto al percorso di screening tradizionale che utilizza il PSA e la biopsia standard. Approfondiamo l’argomento con Massimo Lazzeri, urologo dell’Istituto Clinico Humanitas, nonché coordinatore di un progetto screening specifico e terapie personalizzate, rivolto a uomini ad alto rischio genetico di tumore della prostata, sviluppato dal Dipartimento di urologia di Humanitas e reso possibile grazie a un finanziamento di Fondazione AIRC e Roche.

Massimo Lazzeri

Screening per il tumore della prostata

Il test del PSA è stato considerato per anni un possibile esame ideale per lo screening del tumore della prostata. Ma poi è stato messo in discussione per diversi motivi, a partire dal fatto che il PSA non è un marcatore tumorale, ma solo un indicatore dell’attività della prostata. Questa osservazione ha aperto la strada allo studio di altre strategie di screening tra cui anche il ricorso alla risonanza magnetica.

«La Società europea di urologia, nelle Linee guida sulla diagnosi del carcinoma prostatico, non raccomanda l’uso della risonanza magnetica come strumento di screening – premette Lazzeri -. Questa indagine è infatti gravata da un costo globale che non ne giustifica l’impiego nella popolazione generale. Ciò non toglie però che la risonanza magnetica abbia diversi punti a suo favore, tra cui un potere predittivo negativo molto elevato. Questo significa che se un paziente sottoposto a tale indagine risulta negativo, nel momento in cui debba fare o faccia una biopsia prostatica, la probabilità che sia affetto da una neoplasia clinicamente significativa è molto bassa».

La combinazione di PSA e risonanza magnetica

Attualmente il ricorso alla risonanza magnetica come test di screening isolato non è dunque indicato. Tuttavia diversi lavori, compreso il recente studio svedese, evidenziano una serie di vantaggi derivanti dall’uso combinato di PSA e risonanza magnetica. «Il PSA da solo non è sufficientemente accurato per identificare il candidato ideale alla biopsia prostatica, ma la sua combinazione con la risonanza magnetica può aiutare a ridurre il numero di pazienti da sottoporre a biopsia perché presentano malattie clinicamente insignificanti. Le attuali Linee guida indicano che i pazienti nei quali si sospetti un cancro della prostata dovrebbero eseguire la risonanza magnetica prima di eseguire la biopsia – spiega Lazzeri -. Effettuare tale indagine prima della biopsia aiuta infatti a migliorare la diagnosi della malattia clinicamente significativa, a ridurre gli effetti avversi della biopsia oltre ad evitare biopsie non necessarie in alcuni individui».

Il caso dei soggetti ad alto rischio ereditario

Il ricorso alla risonanza magnetica non risulta giustificato come metodo di screening nella popolazione generale, ma potrebbe avere un ruolo in popolazioni selezionate, ovvero in individui con un alto rischio di sviluppare il tumore della prostata, come chi ha una familiarità per questa neoplasia o è di etnia afroamericana. «Tra i soggetti che meritano un’attenzione particolare ci sono in particolare i portatori di mutazioni germinali nei geni di riparazione del DNA, tra i quali i più famosi sono BRCA1 e BRCA2, che espongono questi individui a un rischio più elevato di sviluppare nell’arco della vita un tumore alla prostata – fa notare Lazzeri -. Da circa un anno e mezzo in Humanitas abbiamo avviato un progetto di sorveglianza mirato, coinvolgendo circa un centinaio di individui con queste caratteristiche a cui offriamo uno screening personalizzato sul rischio genetico e la natura della malattia».

Il progetto

Agli uomini con mutazioni BRCA coinvolti nel progetto di Humantias viene data la possibilità di seguire un percorso che inizia con la visita urologica, eseguita da un esperto facente parte di un pool di professionisti formati su queste tematiche, e prosegue con l’esecuzione di alcuni accertamenti diagnostici. «Per la sorveglianza di questi individui a rischio eseguiamo una serie di test preliminari, tra cui un esame del sangue per la ricerca di specifici biomarcatori, il PSA e il PHI (Prostate Health Index o indice di salute prostatica) – segnala Lazzeri -. A seconda dei valori di quest’ultimo indicatore (che risulta dotato di una maggiore attendibilità diagnostica rispetto al PSA) decidiamo se eseguire o meno la risonanza magnetica e, se necessario, una biopsia mirata sulle lesioni sospette. In pratica cerchiamo di utilizzare la risonanza magnetica in modo costo-efficace per attuare una medicina di precisione. Introducendo altri marcatori e la risonanza magnetica abbiamo potuto evitare l’eccessivo ricorso alla biopsia».

Uno screening personalizzato non solo sulla mutazione, ma anche sulla stratificazione del rischio, può portare dunque a una riduzione di indagini diagnostiche importanti, come la biopsia, facendo risparmiare costi personali e costi sociali.

Antonella Sparvoli

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