PMA e tumore dell’ovaio

Uno studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute suggerisce che le tecniche di procreazione assistita non aumentino il rischio di cancro ovarico maligno

In passato alcuni studi hanno evidenziato che le donne che ricorrono alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) per ottenere una gravidanza di successo potrebbero essere a rischio di sviluppare il cancro dell’ovaio o tumori ovarici borderline non maligni a causa dell’eccessiva stimolazione delle ovaie. Numerosi altri studi hanno cercato di analizzare questa possibile associazione tra trattamenti per la riproduzione e tumore ovarico senza però ottenere risultati consistenti e conclusivi. Ora uno studio olandese, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (https://academic.oup.com/jnci/advance-article/doi/10.1093/jnci/djaa163/5981708?searchresult=1) rassicurerebbe sulla sicurezza delle tecniche di procreazione assistita nei confronti del tumore ovarico.

Lo studio

Gli scienziati olandesi hanno preso in considerazione più di 30 mila donne sottoposte a stimolazione ovarica per poi essere sottoposte a tecniche per la riproduzione assistita e in parallelo quasi 10 mila donne infertili non sottoposte ad alcun trattamento. I ricercatori hanno confrontato il rischio di sviluppare il tumore dell’ovaio nelle donne di questi due gruppi e nella popolazione generale. Ebbene dopo un follow-up medio di ben 24 anni, sono stati rilevati 158 tumori ovarici invasivi e 100 tumori borderline. I dati raccolti evidenziano che le donne sottoposte alle tecniche di riproduzione assistita non hanno un rischio maggiore di tumore rispetto alle donne infertili non sottoposte a queste metodiche. Persino dopo più di 20 anni il rischio di tumore non risultava amentato.

Il confronto con la popolazione generale

Rispetto alle donne della popolazione generale, quelle sottoposte alle tecniche di PMA sono risultate però avere un rischio più elevato di cancro ovarico, dato che però, a detta degli studiosi, potrebbe essere conseguenza della percentuale più alta di donne che hanno ricevuto le tecniche di riproduzione assistita che sono rimaste senza figli. Il non avere avuto figli è infatti un noto fattore di rischio per il cancro ovarico.
Nello studio è emerso anche che tra le donne sottoposte a tecniche di riproduzione assistita il rischio di cancro ovarico è diminuito con un numero maggiore di successi per i cicli di riproduzione assistita (con conseguente parto). D’altra parte le donne che hanno ricevuto tale trattamento sono risultate avere un rischio quasi due volte maggiore di tumori ovarici borderline, sia rispetto alla popolazione generale sia rispetto alle donne infertili. Tuttavia, il rischio di tumori ovarici borderline non è aumentato dopo più cicli di trattamento o dopo un follow-up più lungo, cosa che potrebbe far pensare che questi tumori siano associati più alle caratteristiche della singola paziente che al trattamento stesso. I tumori borderline sono rari nella popolazione generale e in genere sono più facili da trattare. “Le donne che sono state sottoposte a stimolazione ovarica per la riproduzione assistita non hanno un rischio maggiore di cancro ovarico maligno, nemmeno a lungo termine” sostiene l’autore principale Flora E. van Leeuwen, ricercatrice del Netherlands Cancer Institute. “Tuttavia, è importante rendersi conto che anche con il lungo follow-up nel nostro studio, l’età media delle donne alla fine del periodo di osservazione era di soli 56 anni. Poiché l’incidenza del cancro ovarico nella popolazione aumenta in età avanzata, è importante seguire le donne trattate con le tecniche di riproduzione assistita ancora più a lungo”.

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